
Pensare di riscrivere la propria vita a soli 14 anni è qualcosa che la mente umana fatica ad accettare.
Eppure c’è chi, per necessità, ha dovuto mettere ordine ai propri desideri e ai propri sogni, dando forma e sostanza a nuove realtà.
Vi parlo di Fabio Bottazzini, nato il 2 marzo 2007, atleta paralimpico nella disciplina delle corse di velocità.
Una lunga intervista “libera”, come l’ha definita lui, in cui – a cuore aperto – si racconta nella quotidianità, nella tragedia e nella rinascita.
Oggi Fabio può vantare un argento nei 100 metri e un bronzo nel salto in lungo agli Europei giovanili del 2022, e nel 2023 un argento nei 200 metri con il tempo di 23’’10 (T64) ai Campionati Mondiali paralimpici assoluti di atletica leggera a Parigi, dove ha avuto l’onore e l’emozione di essere portabandiera:
“Eravamo già a Parigi. Mi ha chiamato il capo spedizione invitandomi a raggiungerlo. Avevo duemila pensieri nel tragitto, ma appena arrivato mi hanno comunicato che volevano affidare a me il ruolo di portabandiera dell’Italia. Beh, per me è stato bellissimo e ho accettato immediatamente! Con quel bandierone enorme ho fatto tutto il giro della pista: è stato emozionante e faticoso.”
Non è certo ciò che è successo a Fabio a definirlo, ma la mentalità che lo contraddistingue, l’attaccamento profondo alla famiglia e, in particolare, a suo fratello:
“Lui per me è tutto. Gli voglio bene. È stato fondamentale per la rinascita, per la mia seconda vita. Fa parte di quelle pochissime persone che ci saranno sempre. Sono però molto arrabbiato per quello che ha dovuto passare a causa mia: aveva 12 anni, ha visto l’incidente e ha chiamato i soccorsi. La mia rabbia sta nel suo essere diventato uomo troppo presto, quando avrebbe dovuto pensare solo a divertirsi spensierato, come facevo io alla sua età, tra amici, oratorio e parkour.”
Il parkour è uno dei grandi rimpianti di Fabio, ma anche una ferita ormai superata.
Da ragazzino tornava da scuola e correva all’oratorio a giocare a calcio, oppure si allenava con gli amici a Busto Arsizio.
Oggi, con la protesi, non gli è più possibile:
“Ci ho provato – ammette – ma fa molto, molto male.”
Fabio ha un arto inferiore amputato sotto il ginocchio. Mi raggiunge all’intervista in piedi, con la protesi da camminata.
Mi racconta che solitamente la utilizza solo per tragitti brevi:
“Se so di dover stare in piedi per molto tempo uso la carrozzina, perché la protesi mi fa male. È un rapporto di amore e odio: se la tengo troppo mi provoca ferite.”
Il rapporto con la carrozzina
“All’inizio usarla mi buttava giù di morale, perché sono sempre stato una persona riservata, un po’ nell’ombra: non mi piace espormi.
Ricordo che all’inizio tutti mi guardavano, e per me rappresentava un grande disagio.
Inevitabilmente, con la carrozzina e senza un arto, attiravo sguardi, anche fissi.
Poi c’era la rabbia: la macchina parcheggiata davanti al passo carrabile, lo scivolo del marciapiede non allineato con l’asfalto… prima, da normodotato, non ci facevo caso.
Ora che sono dall’altra parte, mi rendo conto di tutto. Se banalmente non funziona l’ascensore in metro, io rimango bloccato.
All’inizio ogni volta che uscivo ero impanicato da mille dubbi e domande.
Oggi invece utilizzo la carrozzina per fare tutto: il disagio non è mai dovuto a me, ma alle circostanze, all’atteggiamento degli altri.”
Il giorno dell’incidente
“Avevo 14 anni. Avevo preso il foglio rosa per il cinquantino da due giorni.
Stavo andando con mio fratello, che mi seguiva in bici, a fare pratica al Malpensa Fiere.
Io ero un ragazzo prudente: avevo detto a mio fratello di starmi dietro, mai al fianco, e oltre al casco indossavo anche il paraschiena.
Ero fermo in strada quando un’auto mi è venuta addosso. Sono balzato via. Casco e paraschiena mi hanno salvato la vita.
Mio fratello ha visto tutta la scena e ha chiamato i soccorsi.
Ero in fin di vita: danni ai polmoni, braccio sinistro e clavicola rotti, polso destro, milza, e la gamba semidistrutta.
Sono stato in coma farmacologico all’ospedale di Legnano.
Poi, dopo tre mesi e mezzo, sono andato a fare fisioterapia a Bosisio Parini, alla ‘Mia Famiglia’.”
Quando si è svegliato, non si è accorto subito della gravità:
“Ero sotto effetto di medicinali, avevo una coperta addosso e non sentivo nulla.
In un primo momento i medici erano riusciti a riattaccare la gamba, ma poi è sopraggiunta un’infezione.
Per evitare che arrivasse agli organi vitali, hanno deciso di amputare.
Con il senno di poi è stata la scelta migliore: sarei rimasto claudicante, mentre con una protesi posso fare molte più cose.”
La rinascita
“Sono entrato nel tunnel oscuro. Pensavo che avrei dovuto riprogrammare tutto e adattarmi a questa nuova forma.
A salvarmi è stata la mia famiglia. Non mi hanno mai fatto cadere nella disperazione. Mi hanno sempre dato una prospettiva, una speranza di poter fare.
Dopo la riabilitazione mi hanno indirizzato verso il mio primo sport paralimpico: il basket in carrozzina.”
I momenti di sconforto non mancano:
“Credo sia normale. Mi capita quando mi trovo davanti qualcosa che non posso fare, come il parkour.
Ci ho provato, ma fa troppo male.
Purtroppo ciò che amavo mi è stato strappato via.”
Cercare nuove vie
“Quando non posso agire su qualcosa, cerco altre vie. Vie secondarie che possano appassionarmi.
Per esempio, io ho trovato l’atletica.”
Così è nato un nuovo amore:
“Guardavo le gare in TV e ne sono rimasto affascinato. Il contesto mi ha ispirato.
Da lì mi sono affidato alla mia attuale società, Polha Varese, che mi ha aiutato in tutto.
Sono persone eccezionali: grazie a loro ho avuto la mia prima protesi da corsa.”
E quella protesi è stata, come dice lui,
“Una botta di vita!”
Il mio commento:
Mi commuovo.
Quella frase mi disarma.
In un istante, capisco che dietro ogni botta di vita c’è una botta di verità.
Fabio non parla di speranza come concetto astratto: la incarna, la costruisce, la rincorre.
Capisco che gli obiettivi, quelli veri – quelli sentiti fino alle ossa – non servono solo a dare direzione, ma a cambiare prospettiva.
Fabio non è la sua ferita: è il passo che ha scelto di fare dopo.
Imparare di nuovo a correre
“Pensavo fosse semplice: arriva la protesi, la metto e cammino.
Invece è difficile, sia fisicamente per i dolori, sia per il processo di riabilitazione. È come ricominciare da zero.
All’inizio usavo due stampelle, poi ho imparato a camminare da solo.
Anche la protesi da corsa è completamente diversa: è in carbonio e spinge molto più dell’altra gamba.
Ho dovuto imparare a correre da capo, a conoscere il mio corpo in relazione a lei.
Oggi, dopo tanta fatica, è una parte di me.”
Quando corri, cosa pensi?
“Quando corro, stacco la mente.
Mentre corro non sento niente.
Alle Olimpiadi, ai 100 metri, c’era tantissimo pubblico, ma quando ho sentito ‘ai vostri posti’, sentivo solo il mio cuore.
In gara ci sono solo io, con me stesso. Entro in una dimensione diversa e mi estraneo da tutto.”
Fabio ha ridefinito i suoi obiettivi, accettando la sua nuova condizione dopo aver attraversato tempeste.
Sostenuto dall’amore della sua famiglia, vive con gli occhi fissi sul presente per accettare e comprendere,
uno sguardo verso il futuro per accendere la speranza,
e una mano nel passato per ricordare quanta strada ha fatto e quanta forza risiede in lui.
“Amici o conoscenti mi dicono: ‘Se fosse capitato a me non ce l’avrei fatta’.
E invece bisogna esserci dentro per parlarne.
Come ho avuto io la forza, possono averla tutti.
L’alternativa era smettere di vivere: io ho scelto di tirarmi su.
La vita è una, e va vissuta.
In molte interviste si sente dire che dopo una tragedia la vita cambia in positivo: per come la vedo io, no.
A nessuno auguro una cosa del genere.
Ma si può sempre avere il coraggio di ridefinire la propria esistenza.”
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Federica Scutellà