L’arte che nasce dal caos e la scuola E. Fermi di Cassano Magnago (VA) che insegna a guardare oltre.

Un giorno, mia figlia di sette anni torna da scuola con un nome che non avevo mai sentito prima. Dice con entusiasmo:
“Mamma, con la maestra Rosa oggi abbiamo fatto Yayoi Kusama!”
Quel nome mi suona strano, quasi magico. La ascolto mentre mi racconta di questa artista giapponese che dipinge il mondo a pois, con zucche giganti e stanze infinite di luci. Me le vuole mostrare su internet, mi chiede di comprarle delle stampe, di guardare insieme il video che la maestra ha caricato sul registro elettronico.
E così scopro anch’io Yayoi Kusama.
Colori ipnotici, spazi che sembrano dilatarsi, pattern che si ripetono fino a riempire ogni centimetro. A prima vista, Kusama sembra un personaggio uscito da un fumetto. Ma dietro quell’apparenza eccentrica si nasconde una storia che lascia senza parole.
(Leggi lentamente le righe che seguono, ascolta bene quello che leggi e prova ad immedesimarti).
La prima cosa che scopro è che questa donna ha 96 anni (nata nel 1929) e, per sua scelta, vive in un ospedale psichiatrico. Non per costrizione, lo ha scelto lei per proteggersi dal mondo e dare libero sfogo alla sua arte.
Questa decisione mi colpisce: mostra una lucidità profonda, una consapevolezza delle proprie fatiche, ma anche un coraggio raro. Kusama non si è arresa al dolore, lo ha trasformato in linguaggio. Ha trovato libertà dentro un luogo che per molti sarebbe una prigione.
Libertà di essere ciò che si è.
Libertà di dare forma al proprio mondo interiore.

L’infanzia, la fuga e il grande salto
Yayoi Kusama nasce in un contesto familiare difficile, non felice, in cui ad un certo punto è incaricata dalla madre di spiare il padre durante le sue relazioni extraconiugali. L’impostazione famigliare è severa e la creatività non è incoraggiata. Fin da bambina soffre di allucinazioni uditive e visive, vede il mondo diversamente: macchie di colore che si ripetono, oggetti che si moltiplicano, figure che si fondono nello spazio.
Queste allucinazioni visive — che lei stessa descrive con lucidità — diventano la base della sua arte.
Negli anni ’50 lascia il Giappone e vola a New York. È lì che sviluppa la sua visione: installazioni immersive, ripetizioni ossessive, giochi di luce e riflessi. È una pioniera della pop art e del minimalismo, ma non viene sempre riconosciuta. L’ambiente artistico americano è competitivo e dominato da uomini.
Eppure, Kusama continua a creare.
Quando il successo diventa troppo rumoroso, torna in Giappone. Sceglie di vivere in una clinica psichiatrica, ma ogni giorno si reca nel suo studio per dipingere. Il suo mondo si espande, anche da una stanza.
Fragilità come forza
Ciò che mi affascina di Kusama è la sua capacità di trasformare la fragilità in potenza creativa.
Le sue ossessioni diventano pattern, le sue paure installazioni luminose. La mente che teme il caos, lo ordina con i pois.
Non c’è autocommiserazione, solo un bisogno estremo di esistere, di lasciare traccia.
La sua arte è una forma di equilibrio tra luce e buio.
Tra follia e metodo.
Tra desiderio di sparire e bisogno di essere vista.
Kusama ci ricorda che la vulnerabilità non è una debolezza, ma una porta aperta verso la verità.
Che a volte la libertà più grande nasce proprio dal riconoscere i propri limiti.
La scuola E. Fermi di Cassano Magnago: dove l’arte incontra il futuro
Tutto questo nasce da un racconto di mia figlia.
Ed è grazie alla scuola E. Fermi di Cassano Magnago, e alle insegnanti della classi seconde, che i bambini hanno potuto conoscere Yayoi Kusama.
In classe hanno disegnato opere ispirate ai pois, e poi — usando la realtà aumentata — hanno dato vita alle loro creazioni.
I disegni diventano tridimensionali, si muovono, prendono vita.
Un modo meraviglioso per far capire ai bambini che l’arte non è solo da guardare, ma da vivere.
È un progetto che unisce creatività e tecnologia, passato e futuro, colore e consapevolezza.
Un elogio a una scuola che educa all’immaginazione e al pensiero critico, che crede nel potere dell’arte come linguaggio universale.
Perché mi è rimasta dentro
Quando mia figlia mi ha fatto scoprire Yayoi Kusama, non mi ha solo parlato di un’artista: mi ha ispirato riflessioni sulla curiosità, sulla percezione e sulla libertà di essere diversi.
Guardare Kusama significa guardare dentro sé stessi: accettare il proprio caos, riconoscerlo, trasformarlo.
È quello che cerco anch’io, ogni giorno: dare forma al mio pensiero, connettermi agli altri, cercare senso nelle piccole ossessioni quotidiane.
Per questo la storia di Kusama non è solo arte. È vita, coraggio e stupore.
E il fatto che tutto questo mi sia arrivato attraverso gli occhi di una bambina, mi sembra il modo più autentico per ricordare che la meraviglia è sempre il primo passo verso la conoscenza.
In Controluce,
Federica Scutellà
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