
Una vita spesa a dimostrare che la Resistenza non è finita: si rinnova ogni giorno, nelle scelte di chi non resta indifferente.
Ogni epoca ha la sua Resistenza.
Per Tina Anselmi fu quella contro la dittatura, poi contro le disuguaglianze, oggi contro l’indifferenza.
La sua vita ci ricorda che la libertà non si eredita: si custodisce, si rinnova, si difende.
A soli diciassette anni, Tina Anselmi vede con i propri occhi i nazisti impiccare trentuno giovani a Bassano del Grappa.
Non è più tempo di restare a guardare.
Con il nome di battaglia Gabriella, diventa staffetta partigiana nella brigata Cesare Battisti: porta messaggi, viveri, armi, mantiene i collegamenti rischiando la vita ogni giorno.
Più tardi dirà:
“È stata la Resistenza a insegnarmi che la libertà non è un dono, ma una conquista quotidiana.”
Da quell’esperienza nasce la sua idea di politica: non un privilegio, ma un servizio.
Nel 1976 diventa la prima donna ministro della Repubblica, al Lavoro e Previdenza Sociale.
Un ruolo che porta dentro il suo passato: la stessa ragazza che correva tra i boschi del Veneto ora siede in Parlamento, pronta a difendere i diritti delle donne che lavorano.
Negli anni Settanta, le italiane sono già parte della forza lavoro, ma vivono discriminazioni quotidiane: stipendi più bassi, bandi “riservati ai maschi”, licenziamenti per gravidanza.
Anselmi lo sa bene e nel 1977 firma la legge n. 903 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro.
La legge stabilisce che a parità di mansione deve esserci parità di salario, che nessuna maternità può costare il posto, che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini in carriera e previdenza.
Tina Anselmi non era madre, non aveva figli.
Ma fu lei a pensare alle madri, a scrivere nero su bianco che una gravidanza non può diventare una condanna.
Lo disse con chiarezza:
“Un domani, se volete diventare mamme, non dovrete scegliere se stare a casa o lavorare: potrete fare entrambe le cose.”
Il suo impegno non fu mai solo personale: parlava per tutte.
Amava ripetere:
“Non c’è libertà senza giustizia sociale, e non c’è giustizia sociale senza la piena cittadinanza delle donne.”
Ma l’impegno di Tina Anselmi non si fermò lì.
Da ministro della Sanità fu tra le principali promotrici del Servizio Sanitario Nazionale, introdotto nel 1978: un sistema pubblico, universale e gratuito, fondato sul principio che la salute è un diritto di tutti, non un privilegio per pochi.
Un’altra forma di Resistenza, questa volta contro la disuguaglianza sociale.
Così, da staffetta partigiana a ministro, Tina Anselmi ha tenuto lo stesso filo: la libertà.
Prima conquistata correndo tra i monti, poi difesa in Parlamento.
“Nessuna vittoria è irreversibile… dobbiamo ogni giorno prenderci la nostra parte di responsabilità.”
E oggi quella frase suona più che mai attuale.
Perché ogni diritto, se dimenticato, torna fragile.
Ogni conquista, se data per scontata, rischia di essere cancellata.
La Resistenza non è solo un fatto storico: è una responsabilità quotidiana.
È la scelta di non restare indifferenti, di conoscere i propri diritti per difenderli, di fare la propria parte – piccola o grande – nel tenere viva la libertà.
Questo è il profilo di Tina Anselmi in controluce:
una donna che non fu madre, ma madre politica di una tutela.
Una voce che ci ricorda che la libertà va protetta ogni giorno, con le mani, le parole e la coscienza.
Federica Scutellà
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