Insegnare matematica in un carcere di alta sicurezza siciliano, vedere oltre i reati e costruire futuro con una stampante 3D: la storia di Daniela Ferrarello è un antidoto al pregiudizio.

Il conflitto che dura un’ora.

La scena è questa: una macchina che corre dalla provincia di Catania verso Siracusa, una prof di matematica al suo primo incarico di ruolo, e un pensiero fisso in testa:

“Speriamo che sia Lentini. Speriamo che sia Augusta…”

Invece no. La destinazione è Cavadonna, il carcere di Siracusa.
È così che Daniela Ferrarello, nata a Enna, matematica, oggi docente all’Università di Catania, scopre che la sua cattedra non è in un liceo con i murales alle pareti, ma dietro più cancelli, con le aule delimitate da pesanti porte di ferro.

All’ingresso, il primo vero impatto non è con il metallo delle sbarre, ma con qualcosa di più sottile: il pregiudizio.

«Ho parcheggiato la macchina e mi sono messa a piangere. Pensavo: “Come faccio a relazionarmi con questa gente?”»

Dentro la testa rimbalzano parole pesanti, alimentate da anni di narrazioni su mafia, cronaca nera, alta sicurezza.
Quel conflitto morale in realtà dura un’ora.

Daniela entra in aula, si chiude la porta, qualcuno vorrebbe già andarsene a fumare e bussa nervosamente alla porta. L’aria è tesa.
Alla seconda ora cambia classe, Daniela tira fuori un dosa spaghetti e chiede:

“Se questo buco è per una persona e questo per due, perché il diametro non è il doppio?”

In cinque minuti succede la cosa più sovversiva di tutte: la matematica vince sul pregiudizio.
Daniela smette di vedere “gente che ha commesso reati gravi” e comincia a vedere studenti. Il carcere resta carcere, ma in quell’aula succede altro.

Chi è Daniela Ferrarello, la matematica che ha scelto di stare “dentro”

Daniela nasce e cresce nell’ombelico della Sicilia — EnnaUmbilicus Siciliae, punto da cui guardi tutto il resto.
Per mestiere Daniela fa una cosa che molti evitano: prende sul serio i numeri e le persone allo stesso tempo.
È professoressa Associata in didattica e storia della matematica al Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania.

Prima di arrivare all’università è stata insegnante alle superiori, poi docente in due carceri di alta sicurezza: Cavadonna (Siracusa) e Bicocca (Catania).

In mezzo, un premio nazionale — l’Italian Teacher Prize, gemellato con il Global Teacher Prize, il “Nobel” degli insegnanti — e un progetto didattico, “Vietato Non Toccare”, che trasforma i detenuti in guide di una mostra di macchine matematiche stampate in 3D.

Oggi è anche Responsabile per il suo dipartimento del Polo Universitario Penitenziario dell’Ateneo catanese: coordina i percorsi di studenti detenuti iscritti all’università, si occupa di burocrazia, di esami “in entrata”, e di quei collegamenti fragili ma decisivi tra cella e aula universitaria.

Ma se le chiedi qual è il suo lavoro, difficilmente userà parole pompose.
Non “rieducatrice”, non “angelo del carcere”.

Lei dice: «Io non faccio l’insegnante: sono un’insegnante.»

Il resto è conseguenza.

Trattati da delinquenti, si comportano da delinquenti. Trattati da studenti, si comportano da studenti

Qui sta il cuore della vicenda.
Daniela entra in carcere sapendo che lì dentro ci sono persone condannate per associazione mafiosa, traffico internazionale, reati pesanti. Il carcere è di “alta sicurezza”.

Eppure, decide una cosa che per molti sarebbe inaccettabile: non vuole sapere che reato hanno commesso gli studenti che ha davanti.

«Non mi danno un profilo, e io non lo cerco. Ho imparato che se li tratti da delinquenti si comportano da delinquenti, se li tratti da studenti si comportano da studenti. Io li tratto da studenti. Non mi interessa cosa hanno fatto prima.»

Non è buonismo, è una scelta politica, pedagogica e profondamente umana:
separare l’azione dalla persona.
Vedere l’essere umano a prescindere dal reato non significa negarlo, ma rifiutarsi di ridurre una vita a una cartella processuale.
E questo, in un Paese che campa di etichette, è un atto di coraggio.

Il bambino di 8 anni in stalla e la matematica che ti insegna a cambiare luogo

Per raccontare quanto il contesto conti più della genetica, Daniela non ti fa un discorso teorico.
Ti parla di uno dei suoi studenti, a cui è rimasta molto legata emotivamente:
a 8 anni viene lasciato da solo in campagna a badare ai campi;
il padre gli porta da mangiare un giorno sì e uno no;
dorme nella stalla, e quando ha freddo si stringe contro le pecore.

Cresce lì, senza adulti che lo proteggano, senza alternative credibili.
Uno che sulla carta è “delinquente”, in realtà, con lei è affettuoso, generoso, simpatico. In un altro contesto sarebbe stato “una brava persona”.

Insegnare matematica in carcere. È qui che la matematica di Daniela smette di essere un elenco di regole astratte e diventa un linguaggio per parlare di destino, possibilità e cambiamento.

Prendi il modo di dire “Chi nasce tondo non può morire quadrato”.

Lei lo usa per introdurre il vecchio problema matematico della quadratura del cerchio: con riga e compasso, è impossibile costruire un quadrato di area equivalente a un cerchio dato.

Il messaggio implicito culturale è chiaro: sei fatto così, rassegnati.
Lei lo ribalta.

Mostra una costruzione in cui il cerchio, ruotato di 180°, permette di arrivare a una forma nuova.

Traduzione in linguaggio umano:
se vuoi cambiare davvero, devi ruotare lo sguardo di 180 gradi,
cambiare prospettiva, accettare di vedere il mondo sottosopra.

Non basta voler “fare i bravi”: servono strumenti diversi, fatica e movimento.
Non sempre funziona, ma l’idea che il destino sia scritto a 8 anni in una stalla con le pecore, lei semplicemente non la compra.

Promesse (mantenute, infrante, complicate)

Dentro questo laboratorio di vite complicate, le promesse sono cose serie.
C’è uno studente in particolare con cui Daniela si scambia un patto:
lei promette che ogni anno controllerà se lui è ancora fuori;
lui promette di non rientrare in carcere.
Per nove anni la promessa regge.

Poi, un giorno, Daniela legge il suo nome sul giornale: è rientrato. In un’intercettazione letta proprio da un giornale, qualcuno dice una frase che, volente o nolente, è la radiografia di un sistema:

«La mafia è come una moglie: te la sei sposata e adesso te la tieni.»

Qui sarebbe facile scrivere “fallimento”, chiudere il cerchio, archiviare il caso come prova definitiva che “chi nasce tondo…”.
Daniela no.

Nove anni fuori, rispetto ad altri che escono e delinquono subito, restano per lei un dato enorme, un segnale che lo spazio di possibilità esiste, anche se fragile.

Dall’altra parte c’è Rosario, studente universitario detenuto.
Esce un giovedì pomeriggio di giugno.
Il venerdì alle 12 è già al dipartimento universitario dove, col permesso del magistrato, si recava settimanalmente ormai da mesi per frequentare le lezioni e contribuire alla manutenzione di un tetto verde: non per un’intervista, non per fare scena, ma per pranzare con i colleghi, gli stessi con cui studiava quando aveva il permesso.

La prima cosa che fa da uomo libero è tornare in università.
La linea tra “dentro” e “fuori” è sottile, ma quella scelta dice tutto.

Vietato Non Toccare: quando la matematica diventa una mostra guidata dai detenuti

Se c’è un’immagine che racconta meglio di tutte l’idea di libertà dal pregiudizio, è questa:
un gruppo di detenuti che spiegano a studenti liberi come funziona una macchina matematica stampata in 3D.

Il progetto si chiama “Vietato Non Toccare” e nasce a Bicocca, il carcere di Catania, dopo l’Italian Teacher Prize.

Daniela visita un museo di Archimede e Leonardo a Siracusa, pieno di modelli magnifici, con l’immancabile cartello: “Vietato toccare”.
In carcere, invece, fa il contrario: la matematica si deve toccare. Insegnare matematica in carcere, si può!

Con una stampante 3D realizza macchine che visualizzano concetti matematici: trasformazioni, luoghi geometrici, curve chiuse e aperte.
Ogni oggetto ha un doppio livello:
uno matematico (come funziona la macchina); uno etico (cosa ti dice sulla tua vita).

Le macchine che disegnano un’ellisse — una curva chiusa — diventano metafora della comfort zone, dei comportamenti ripetuti che ti riportano sempre nello stesso posto.
Se cambi una condizione, la curva diventa un’iperbole, aperta, infinita.
È rischioso, perché non sai dove vai a finire, ma è l’unico modo per cambiare luogo.

E poi c’è la scelta, di nuovo, di parole e ruoli.

Quando prepara i badge per la mostra, qualcuno propone: sotto al nome dei detenuti, scrivere “detenuto”.
Daniela si rifiuta:

«Se devo scrivere “detenuto”, i badge non li faccio. In quel momento loro sono guide della mostra, come me. O c’è scritto “guida” per tutti, o niente.»

La mostra si fa, i badge dicono “guida”, non “detenuto”.
Per qualche ora, almeno, la narrazione cambia: non più numeri di matricola, ma persone che spiegano matematica ad altre persone.

Dal carcere all’università: libertà è imparare ad andare oltre

Nel 2020 Daniela prende servizio all’Università di Catania, a seguito della vittoria del concorso.
Potrebbe chiudere con l’esperienza in carcere, archiviare il capitolo “penitenziario” come fase eroica della propria biografia.
Invece no.

Una Delegata del Rettore, la Professoressa Teresa Consoli, la contatta per seguire alcuni studenti detenuti iscritti all’università.
Lei accetta, in piena coerenza con il suo modo di stare al mondo: non smettere di intervenire solo perché il contesto è scomodo.

Coordina tutor (studenti meritevoli che vanno in carcere ad aiutare i colleghi detenuti), organizza esami, entra e esce dagli istituti con professori che, in certi casi, la prima volta sono più spaventati degli studenti.

Intanto continua a insegnare anche agli studenti “liberi”.
Perché l’idea di fondo è sempre la stessa:
lo studio è un allenamento a guardare lontano,
in un ambiente — il carcere, ma non solo — dove tutti sono abituati a vedere solo ciò che sta a pochi centimetri dal naso.

Perché la storia di Daniela ci riguarda. (Anche se non entreremo mai in un carcere).

In un’Italia che si divide a colpi di “buttate via la chiave” vs “poverini”, la storia di Daniela Ferrarello è un fastidio salutare.
Ti costringe a fare una cosa che non amiamo per niente: mettere in standby il giudizio.

No, non dice che i reati non contano, non romanticizza la mafia.
e non cancella il peso del dolore delle vittime.

Quello che fa è un’altra cosa:
sceglie di non iniziare dalla colpa, ma dalla persona.
E di lavorare sulla sola cosa che ha senso in un’aula, qualunque sia il perimetro esterno: la possibilità di cambiare.

In un tempo che adora incasellare chiunque alla prima occasione — il post sbagliato, il passato di famiglia, il quartiere in cui sei nato — la sua è una forma di resistenza:
– non chiedere il casellario giudiziale del prossimo prima di decidere quanto rispetto merita;
– non considerare nessuno “fatto così” una volta per tutte;
– non dare per scontato che il luogo in cui nasci debba essere quello in cui muori, metaforicamente e non.

Daniela non è ingenua: ha visto studenti tornare dentro, promesse infrante, storie di dolore che non si risolvono con una metafora geometrica.
Ma continua a vedere il bicchiere mezzo pieno, e non perché non conosca l’altra metà.
Semplicemente, sceglie di lavorare su quella.

Il messaggio alla fine è brutale nella sua semplicità:


non siamo solo quello che abbiamo fatto nei nostri giorni peggiori.
E qualcuno, a un certo punto, deve avere il coraggio di trattarti come se tu potessi ancora essere altro.

In controluce, in questa storia, si vede proprio questo:
una prof di matematica che, armata di dosa spaghetti, gessetti colorati e stampante 3D, entra dove tutti parlano di “fine della linea” e invece, ostinatamente, continua a disegnare nuove traiettorie.
Comprendere che cambiare prospettive come insegnare matematica in un carcere è possibile.


Federica Scutellà

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